Le differenze tra rifugiati e migranti

[Settembre 2015] Nelle discussioni sull’emergenza umanitaria in Europa la comunicazione è spesso ambigua perché alle due parole chiave migrante e rifugiato vengono attribuiti significati diversi a seconda del contesto e di chi le usa, come già descritto in Migranti, emigrati e immigrati e in Refugee e rifugiato: il lessico della migrazione.

Penso possa essere utile illustrare alcune differenze usando un approccio onomasiologico (orientato al concetto) tipico del lavoro terminologico. In questo schema semplificato ho raccolto alcuni concetti chiave partendo dal concetto sovraordinato seguito dai concetti subordinati disposti gerarchicamente:

Sistema concettuale semplificato delle persone che lasciano il proprio paese

Prima però di continuare a leggere, provate a individuare i concetti (le due “caselle”) a cui secondo voi corrispondono i termini migrante e rifugiato.

Come ho ricordato spesso, i termini usati per identificare un concetto sono una convenzione (freccia282 triangolo semiotico) e non sempre allo stesso concetto corrisponde la stessa “etichetta”. Lo si nota associando i termini usati dall’Unione europea e dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ai concetti dello schema.

Dal glossario multilingue dell’European Migration Network (UE) si ricavano questi termini:

sistema concettuale migrazione UE

I dati ricavati da Il punto di vista dell’UNHCR: “rifugiato” o “migrante”, qual è corretto? e UNHCR/Arrivals/ per l’UNHCR suggeriscono un sistema meno granulare di quello dell’UE:

sistema concettuale migrazione UNHCR

Se si aggiunge l’uso comune in italiano (parole anziché termini), si notano altre differenze:

sistema concettuale migrazione percezione comune 2

Mi sembra che le divergenze siano evidenti, ma aggiungo comunque qualche dettaglio.

Migrante e rifugiato per l’Unione europea

Per l’UE tutti i rifugiati sono migranti, nello specifico migranti forzati: rifugiato è iponimo, o concetto subordinato, di migrante

Un migrante è ogni persona che si sposta dal territorio del proprio paese qualunque sia la causa, volontaria o involontaria, e i mezzi, regolari o irregolari, usati per migrare. Il concetto di migrante comprende “rifugiati, sfollati, migranti economici e persone che si spostano per altri motivi, compreso il ricongiungimento familiare”.

Il concetto di rifugiato invece ha come caratteristica distintiva lo spostamento “a causa di un giustificato timore di essere perseguitato per razza, religione, cittadinanza, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale”. C’è chi ritiene che far dipendere la condizione di rifugiato dal timore di persecuzione sia troppo restrittivo: dettagli in It is time for the European Union to redefine what it means to be a ‘refugee’.

Lo specifico riferimento al timore di persecuzione si ritrova anche nella legislazione italiana: Diritto d’asilo e status di rifugiato descrive differenze e riferimenti legislativi.

Migrante e rifugiato per l’UNHCR

L’UNHCR usa un sistema meno granulare dell’UE (o così pare dalle informazioni disponibili in italiano e nel glossario in inglese) in cui migrante e rifugiato sono invece concetti coordinati, quindi mutualmente esclusivi: “i migranti scelgono di spostarsi non a causa di una diretta minaccia di persecuzione o di morte, ma soprattutto per migliorare la propria vita attraverso il lavoro, o in alcuni casi per l’istruzione, per ricongiungersi con la propria famiglia o per altri motivi. A differenza dei rifugiati che non possono tornare a casa senza correre rischi, i migranti non hanno questo tipo di ostacolo al loro ritorno. Se scelgono di tornare a casa, continueranno a ricevere la protezione del loro governo”.

Migrante e rifugiato nell’uso comune

Nell’uso comune, diffuso e rafforzato dai media e già descritto in Migranti, emigrati e immigrati, il migrante è il disperato che cerca di arrivare in Europa sui barconi (o via terra attraverso i Balcani). Nei media ha spesso come sinonimi rifugiato e profugo e nell’uso di alcune parti politiche anche clandestino, parola però inesistente nella giurisprudenza italiana. Nell’uso comune, un ricercatore o un manager che si trasferisce all’estero per lavoro difficilmente viene considerato un migrante (nella terminologia UE invece si tratta di un migrante altamente qualificato, in inglese highly qualified migrant o business migrant).

Attenzione alla terminologia!

Mi pare che questi esempi mostrino chiaramente che non sempre i sistemi concettuali coincidono, anche all’interno della stessa lingua (diversi livelli di granularità, “caselle vuote” ecc.). Inoltre, a concetti facilmente identificabili non sempre corrispondono segni linguistici univoci, oppure lo stesso termine può essere usato per concetti diversi.

Se non c’è questa consapevolezza, si rischiano incomprensioni e ambiguità, come mostra questo esempio in cui l’agenzia europea Frontex fa un uso del termine migrant coerente con la terminologia istituzionale UE ma Médecins Sans Frontières lo ritiene invece errato perché non corrisponde al proprio:

Un esempio in italiano dalla portavoce di UNHCR per il sud Europa:

Anche in alcuni articoli italiani apparsi recentemente si possono notare fraintendimenti dovuti a diverse interpretazioni dei concetti di migrante e rifugiato, cfr. ad esempio Distinguere tra migranti e rifugiati è pericoloso e Non sono viaggiatori ma migranti, replica a “Internazionale”

Aggiungo infine che Refugee e rifugiato: il lessico della migrazione, sulle diverse percezioni nel lessico comune di parole inglesi e italiane apparentemente equivalenti, è stato aggiornato con un riferimento a un appello di Bono (U2) a cui i media italiani hanno dato grande risalto: non usare più la parola “migrante” a favore di “rifugiato”.


Altri post sul tema della migrazione:
Migranti, emigrati e immigrati (differenza parole e termini)
Refugee e rifugiato: il lessico della migrazione,
Terminologia per la Giornata mondiale del rifugiato (esempi dal glossario EMN)
Migrazione: reinsediamento e ricollocazione (concetti su cui c’è molta confusione)
Il gerundio che non era un participio (la manipolazione della parola migrante)
Migranti: cos’è un hotspot? (un altro concetto su cui c’è molta confusione)
Trump e la “deportazione” dei clandestini (falsi amici ricorrenti nei media italiani)
Aporofobia: paura e ostilità verso i poveri (un neologismo nato in Spagna)
La distorsione delle parole sulla migrazione (usi impropri di media e politici)

In Impariamo dalle note terminologiche della BBC! ho descritto l’accorgimento usato negli articoli della BBC per evitare fraintendimenti sul significato attribuito a migrant.


Nota sulla rappresentazione dei sistemi concettuali: le connessioni nei diagrammi sono state disegnate in questo modo per praticità (cfr. qui).

10 commenti su “Le differenze tra rifugiati e migranti”

  1. Marco:

    Il termine “migrante economico” non mi sembra particolarmente azzeccato come traduzione. Sarebbe più appropriato “migrante per motivi economici”.

  2. Licia:

    @Marco, sono d’accordo, ma sarebbe piuttosto lungo e il calco ormai è un internazionalismo:

    (e anche in spagnolo è molto diffuso migrante económico)

  3. luciano:

    1) Cominciamo con il dire che CHIUNQUE entra e/o si muove in un territorio-confine-spazio senza preventiva autorizzazione è CLANDESTINO per definizione. E questo perciò indipendentemente dalle motivazioni che lo spingono a farlo. La parola clandestino da fastidio e la si vuol far sparire ma come ho appena spiegato è più che mai rispondente alla realtà non edulcorata.

    2) Chi agisce da CLANDESTINO agisce illegalmente ovvero CONTRO LE LEGGI. Chi agisce contro le leggi deve essere punito.

    3) A una parte di coloro che sono CLANDESTINI verrà riconosciuto lo status di rifugiato con relativi diritti. In realtà andrebbe comunque punito per essere entrato abusivamente in territorio straniero, ma diciamo che gli può essere concesso il beneficio della situazione di emergenza anche se bisognerebbe valutare caso a caso.

    4) Tutti gli altri vanno puniti con la detenzione e poi rimandati coattivamente e fattivamente nel loro paese.

    Il resto è fuffa.

  4. Licia:

    @Luciano, tutte le opinioni civili sono benvenute ma temo ti sia sfuggito il senso del mio post (e del blog in generale). Ribadisco che la parola clandestino non è mai usata nella giurisprudenza italiana e chi la usa in politica lo fa impropriamente con intenti populistici.

  5. luciano:

    Ti ringrazio per il timore ma voglio tranquillizzarti, non mi è sfuggito nulla. Il mio post “attacca” volutamente il modo di usare le parole che cambia in maniera strisciante a seconda degli obbiettivi che si vogliono raggiungere. Ad un attento osservatore non sfugge come certe espressioni siano state sostituite da altre e non solo perché più politicamente corrette bensì perché maggiormente funzionali a pilotare l’ opinione pubblica. Quelli che sino a pochi anni fa sui media erano correttamente definiti “immigrati clandestini” ora sono tutti “migranti” una bella espressione che ne ha cancellato in un colpo la connotazione negativa trasformandola in neutra. Se poi da neutra la si vuole addirittura far diventare obbligatoriamente accettabile ecco “profughi” già di per sé giustificazionista e il caso è chiuso. E poco importa se in realtà sono di fatto tutti IMMIGRATI CLANDESTINI e se solo una piccola parte di essi vedrà riconosciuto lo status di profugo. Vorrei chiudere dicendo che non sono un cospirazionista, anzi mi hanno sempre fatto ridere coloro che lo erano ma non ho le fette di salame sugli occhi e osservo una chiara volontà sovranazionale di far passare il fenomeno migratorio come ineluttabile così come accade. Non lo è, come tutte le cose va affrontato e GOVERNATO.

  6. Massimo S.:

    La dizione di immigrato clandestino non potrebbe, forse, oggi, utilizzarsi propriamente per quegli stranieri che, soccorsi in mare dalle imbarcazioni italiane o d’altra nazionalità, non vengono respinti ma portati e accettati, ancorché temporaneamente, sul suolo italiano proprio dalle autorità italiane.
    Essi, dunque, a ben vedere non entrano in Italia di nascosto ma col permesso, per così dire, delle autorità italiane.
    Inoltre immigrato rimanda ordinariamente al concetto di permanenza non temporanea in un paese e alla volontà di trattenersi in quel paese per condurvi la propria esistenza, o almeno per lavorarvi per un certo tempo, il che non è oggi, in moltissimi casi, per quegli stranieri che una volta sbarcati e trattenuti nei centri di accoglienza, se ne allontanano per raggiungere altre destinazioni, quelle sì mete finali e tendenzialmente stabili del loro viaggio.

    Certo, chi in un certo momento si ritrova sul territorio italiano senza alcun permesso od autorizzazione, potrebbe anche essere definito “clandestino”, ma clandestino ha in sé una connotazione fortemente negativa ed è quasi sinonimo di delinquente o di criminale disperato pronto a commettere qualsiasi nefandezza o a tramare nell’ombra ogni complotto, mentre tantissimi italiani sanno bene, per averlo provato sulla loro pelle, che trovarsi in un certo momento in territorio straniero senza permesso, per sfuggire alle condiziono di miseria del proprio paese, per lavorare e costruirsi una nuova vita, non equivale a essere delinquenti, sicché forse la dizione “irregolare” è quella che più asetticamente e senza pregiudizi descrive la realtà di cui si parla.

    Del resto, nel corso del tempo, sono stati regolarizzati migliaia di stranieri a cui pure poteva attagliarsi la definizione di clandestino, ma non erano certo criminali e conducevano una vita onesta.
    E se tutti i “clandestini” fossero criminali, la situazione dell’ordine pubblico nelle città che li accolgono o che ne sono attraversate sarebbe infinitamente peggiore.

  7. luciano:

    Perché, come sta diventando? E soprattutto…ci vuole una particolare perspicacia per capire come diventerà di qui a qualche anno? O abbiamo il coraggio dire che non è prevedibile?

  8. Massimo S.:

    Dunque, la parola “clandestino” continuerà ad essere usata per indicare chi, straniero, si trova senza autorizzazione sul suolo italiano, soprattutto da coloro che vedono per questo solo fatto in tali soggetti un forte pericolo per l’ordine e l’incolumità pubblici, prescindendosi, per così dire dalla effettiva pericolosità sociale dei singoli individui, per sottolineare ed evidenziare tale pericolo e sollecitare politiche di respingimento alla frontiera e di rimpatrio forzato, di controllo più accurato dei confini statali e del territorio; politiche ritenute più realistiche e fattibili e immediatamente attuabili di quelle anche sovranazionali e internazionali, inevitabilmente di lungo periodo, tese a comprendere le ragioni del fenomeno migratorio e a mitigarne le cause e gli effetti.

I commenti sono chiusi.