Bufale linguistiche: UE, Natale e nomi cristiani

Titoli: 1 L’Europa fa la guerra al Natale, l’ultima follia del politicamente corretto; 2 Se l’Europa “vieta” il natale e i nomi cristiani per essere inclusivi; 3 In Europa vietato dire “Natale” e perfino chiamarsi Maria; 4 Mai dire Natale: il decalogo Ue che vuole dettare le parole corrette. Bruxelles: “Stop ai riferimenti a religione o genere”. Sparisce anche il “signore e signori”

Nell’immagine alcuni titoli del 29 novembre 2021 apparsi sui media italiani. Polemizzano su #UnionOfEquality, un testo in inglese a uso interno dei dipendenti della Commissione europea. Contiene linee guida per la comunicazione inclusiva.

Sono uscite copie ora online, ad es. qui, e consultandole viene il sospetto che chi ne ha scritto nei media italiani non abbia letto il documento o abbia conoscenze di inglese inadeguate per capirne il contenuto, altrimenti saprebbe che non vi si trova alcun divieto ma solo esempi e indicazioni di tipo linguistico, aggiornati alle sensibilità più recenti.

Nulla di nuovo: da anni multinazionali e organizzazioni internazionali hanno linee guida interne di questo tipo, essenziali in ambienti di lavoro con persone che provengono da culture differenti. Consentono di acquisire consapevolezza delle diversità ed evitare linguaggio e stereotipi che discriminano ed escludono chi è di età, religione, genere, orientamento sessuale, origine ecc. diversi dai propri.

Everyone in the European Union has an inherent

È facile dimostrare che la maggior parte delle affermazioni dei media e di alcuni politici su questo documento sono distorte o infondate, a partire da un dettaglio fondamentale: non viene chiarito esplicitamente che le linee guida sono in inglese, lingua di lavoro, e viene invece fatto credere che ci sia una versione italiana che riguarda parole italiane.

Qui sotto ho raccolto e commentato gli errori più evidenti, tratti da più fonti. Sono indicati dal colore rosso.

Riferimenti religiosi

È bandita la parola Natale • Le festività non dovranno più essere riferite a connotazioni religiose, come il Natale • In nome dell’inclusività la Commissione europea arriva a cancellare il Natale invitando a non utilizzare la frase «il periodo natalizio può essere stressante» ma dire «il periodo delle vacanze può essere stressante». • Tra i suggerimenti c’è per esempio di evitare nelle comunicazioni interne il riferimento al Natale. È l’ennesima deriva della cancel culture?  • Si invitano i dipendenti a non riferirsi espressamente al periodo natalizio.

Nel documento l’unico riferimento al Natale appare in una tabella con esempi pratici dove si ricorda che non tutti festeggiano le stesse ricorrenze religiose, tantomeno nelle stesse date (basti pensare al Natale ortodosso che si celebra in gennaio). Viene così suggerito di:

1 rendere i riferimenti più generici: a una frase come Christmas time can be stressful va preferito Holiday times can be stressful (esempio però poco accorto perché evoca sensazioni negative)

oppure

2 citare più festività, ad es. for those celebrating Christmas, Hanukkah…

Non c’è quindi nessun divieto di nominare il Natale, come dimostra chiaramente il secondo esempio. Peccato che nei media italiani nessuno l’abbia riportato!

Nomi cristiani

Stop anche ai nomi cristiani nelle comunicazioni, “meglio” usare nomi generici. • Basta riferimenti religiosi o nomi cristiani Una volontà di eliminare il cristianesimo che si spinge oltre con la raccomandazione di usare nomi generici invece di «nomi cristiani» perciò, invece di «Maria e Giovanni sono una coppia internazionale», bisogna dire «Malika e Giulio sono una coppia internazionale»  •  si invitano i dipendenti a non utilizzare nomi cristiani come "Maria o Giovanni" perché ritenuti lesivi delle diverse sensibilità religiose.

Qui si nota un clamoroso errore di traduzione, come si può vedere verificando il testo originale inglese nella tabella già citata:

Use ‘first name’, or forename, or given name, rather than ‘Christian name’. In examples and stories, do not only choose names that are typically from one religion.

Chi conosce l’inglese sa che Christian name non vuol dire “nome cristiano” ma equivale a nome di battesimo. L’indicazione è di evitare l’espressione Christian name a favore delle più comuni first name o forename o given name (contesto tipico: etichetta di un campo in un modulo). Per fare un paragone italiano: anche noi ci stupiremmo se in un contesto istituzionale ci venisse chiesto di specificare cognome e nome di battesimo anziché cognome e nome.

L’errore di traduzione fa fraintendere la frase che segue (do not only choose names that are typically from one religion), che non è direttamente correlata e secondo me poteva essere formulata diversamente: avrei evitato di associare nomi propri e religioni (l’indicazione equivale a "solo nomi di santi") e avrei consigliato invece di usare nomi di lingue e provenienze diverse, anche per maggiore coerenza con l’esempio:

Chi ha tradotto i nomi ha fatto intendere ai lettori che le linee guida fossero in italiano. Inoltre, non ha capito che in un contesto di lingua inglese “tradizionale” anche Julio, come Malika, è un nome inusuale (invece Giulio in italiano non lo è affatto).

Si può capire meglio il senso dell’indicazione pensando a un ipotetico testo informativo italiano con esempi di nomi di persona come Pasquale, Ciro, Gennaro, Carmela, Rosa, oppure in alternativa  Bepi, Toni, Nane, Alvise, che sono  associabili ad aree geografiche specifiche: c’è chi farebbe fatica a identificarsi negli esempi.

In un contesto irlandese farebbe uno strano effetto trovare solamente nomi come Edward, Elizabeth, Arthur, William, Olive ma nessun nome di origine gaelica come Niall, Conor, Liam, Niamh, Aoife, Siobhán. Sono tutti nomi “di cristiani” ma i primi sono più frequenti tra chi appartiene alla minoranza della Church of Ireland mentre gli altri sono molto diffusi tra i cattolici.

Sintetizzando, le linee guida non vietano alcun fantomatico “nome cristiano” ma indicano invece di ricorrere a nomi di provenienza diversa in cui si possano riconoscere persone di più ambiti.

Signore e signori

Non si può iniziare una conferenza rivolgendosi al pubblico con la consueta espressione «Signori e signore» ma occorre utilizzare la formula neutra «cari colleghi».

Questa frase riporta due esempi da una tabella nella sezione LGBTIQ: Avoid: Addressing an audience as ‘ladies and gentlemen’ – Do this instead: Dear colleagues, Dear participants’. Chi ha tradotto non ha capito che in inglese colleagues (e participants) è preferibile perché non esclude nessuno: come gran parte delle parole inglesi non è associabile ad alcun sesso o genere. In italiano invece cari colleghi si rivolge solo a uomini e quindi è meno inclusivo di signore e signori!

Avoid terms like ‘both sexes’ and opening

Transessuali

quando si parla di transessuali identificarli secondo la loro indicazione

Questa frase è la traduzione letterale di When addressing trans people, always respect self-identification ed è evidente un errore già descritto in I pronomi di Elliot Page: in inglese trans è un aggettivo, qui forma abbreviata di transgender. Nel lessico comune italiano invece trans è un sostantivo connotato negativamente e abbreviazione di transessuale, tutt’altro concetto: identità di genere caratteri sessuali.

You should also always respect self-identification.

Uso dei pronomi

Nel decalogo ci sono alcune raccomandazioni da usare sempre, a partire dal fatto di "non usare nomi o pronomi che siano legati al genere del soggetto    •   La Commissione si adegua a un’usanza che sta prendendo piede nel mondo anglosassone dove grazie al neutro la questione della declinazione di genere degli aggettivi non esiste ma sempre più persone indicano nella firma il pronome personale ("he/him", "she/her") per permettere ai trasgender [sic] o "non binari" di scegliere liberamente. 

Mi domando cosa capisca chi legge queste frasi e se chi le ha prodotte se lo sia domandato. Non sono traduzioni letterali ma interpretazioni approssimative di indicazioni sull’uso dei pronomi nei riferimenti a persone transgender o non binarie, e in particolare a un’opzione recente della grammatica inglese che non ha nulla a che vedere con un fantomatico “genere degli aggettivi” e che non ha equivalente in italiano: dettagli in Cos’è il singular they e come si usa.

In conclusione…

Potrei continuare ma mi fermo qui. Purtroppo la mancata comprensione del testo, la sciatteria delle traduzioni, gli errori e le polemiche linguistiche senza fondamento non sono una novità nei media italiani: in questi anni ho raccolto vari esempi a cui ho associato il tag bufale linguistiche.

A chi ha tempo e voglia consiglio di ignorare quanto hanno scritto i media e di scaricare invece le linee guida della Commissione europea. Va ricordato che i fruitori sono dipendenti delle istituzioni europee che usano l’inglese come lingua comune ma provengono da paesi e culture diverse. In questo contesto credo si possano apprezzare i molti spunti e indicazioni pratichema nessun divieto! – che fanno riflettere sul concetto di inclusività e sui cambiamenti sociali e culturali che si riflettono nella lingua.

Be open and ready to update your language, since it changes over time and can differ across cultures and generations


Aggiornamento 8 dicembre 2021 – Nei giorni successivi la polemica è continuata e c’è chi ha letteralmente cantato vittoria quando la Commissaria per l’Uguaglianza Helena Dalli ha annunciato di aver ritirato le linee guida. Sono però apparse anche analisi critiche come Il documento della Commissione Europea per il rispetto delle differenze e la brutale manipolazione del dibattito pubblico (Valigia Blu). Anch’io ho segnalato gli errori di traduzione a vari giornalisti ma chi ha risposto si è sentito giustificato dalla decisione di Dalli.

Intanto in un’intervista al Papa le linee guida sono addirittura diventate il Documento comune sul Natale emanato dall’Unione Europea. Ribadisco che in 30 pagine la parola Christmas appare solo 2 volte in un singolo esempio che fa parte di serie di suggerimenti dello stesso tipo: non limitarsi ai riferimenti più noti, comuni e ovvi, ma cercare di renderli invece più inclusivi e rappresentativi.

Avoid assuming that everyone is Christian. Not everyone celebrates the Christian holidays, and not all Christians celebrate them on the same dates. Be sensitive about the fact that people have different religious traditions and calendars.

Altri dettagli e riferimenti nei commenti qui sotto.


Per saperne di più sul linguaggio inclusivo, con indicazioni dettagliate delle diverse strategie possibili per l’italiano: Linguaggio inclusivo in italiano: una guida pratica – TDM Magazine

Vedi anche: Questioni di genere nel linguaggio amministrativo

18 commenti su “Bufale linguistiche: UE, Natale e nomi cristiani”

  1. LazyCosyBrain:

    Grazie nuovamente, Licia, per aver messo in luce le conseguenze che traduzioni affrettate e ovvi pregiudizi dettati dalle stupide idiosincrasie di un certo modo di fare “giornalismo” hanno nella nostra società dominata, purtroppo, dalla post-verità.

  2. Flavia:

    Hanno tradotto alla lettera “Christian name”!! noo, non ci posso credere… Nomi (da) cristiani, e quali sarebbero? comunque, Bepi, Toni, Nane sono diminutivi di Giuseppe, Antonio, Giovanni 😀

  3. Luca Grasselli:

    Articolo eccellente, come sempre (compresa l’osservazione che l’esempio su “Mary and John” è mal formulato; forse non è l’unico punto discutibile o meglio formulabile).

  4. Licia:

    @Flavia sono nomi che ho usato come esempi per comunicare “Veneto”, indipendentemente dalla loro corrispondenza in italiano.

    @LazyCosyBrain @Luca grazie a voi. Nel frattempo avrete saputo che il documento è stato ritirato, una decisione che non capisco: era un documento interno, rivolto a persone che sicuramente hanno già informazioni per poter interpretare correttamente i contenuti. Avrei potuto capire un annuncio che si trattava di una bozza in attesa di revisione, invece così sembra un’ammissione di torto, che ovviamente non hanno perché è un documento ben fatto, basterebbe solo qualche ritocco.

    Intanto i media continuano a propagare bufale. Questo è un servizio del TG1 delle 20 di stasera, preannunciato nei titoli iniziali con “Bruxelles fa retromarcia sulle parole da evitare nel nome dell’inclusività. Si salva così il Buon Natale”, come se inclusività fosse un concetto negativo. Nell’introduzione al servizio sono state usate queste parole: “La Commissione europea ritira il documento sull’inclusività in cui si suggeriva di non usare termini come Natale, Giuseppe e Maria…”. Questo dovrebbe essere servizio pubblico e invece ecco cosa viene presentato:  

     

    (il giorno prima servizio simile: avevo provato a interagire con l’autore su Twitter ma mi ha bloccata)

  5. Anna B.:

    Cara Licia,
    grazie per l’articolo esauriente e per l’approfondimento utilissimo sul linguaggio inclusivo in italiano.
    Sono allibita leggendo come è stata data la notizia in alcuni media italiani … Malafede o ignoranza?
    🙁

  6. Carla Crivello:

    Un giro veloce su qualche fonte giornalistica (di ieri) non italiana che ha ripreso la notizia. Riporto solo i titoli.
    Le Point:
    Commission européenne : le « lexique inclusif » fait pschitt !
    Le Figaro, ieri : Wokisme: Noël, Maria… Ces mots que déconseille la Commission européenne
    elDiario.es:
    La Comisión Europea retira una guía interna de lenguaje inclusivo tras las protestas del Vaticano y la extrema derecha
    The Guardian:
    EU advice on inclusive language withdrawn after rightwing outcry

  7. Andrea P:

    Ciao Licia,

    grazie davvero per quello che fai. Se posso, aggiungo una riflessione: davvero qualcuno può pensare che la Commissione Europea voglia “cancellare il Natale”? Ma non viene loro in mente che non ha alcun senso, e che potrebbe semplicemente essere un fraintendimento?
    Davvero non esiste un minimo di capacità di lettura critica? A me, appena letto uno dei numerosi articoli e commenti sul tema, la notizia è parsa subito assurda e grottesca – come siamo finiti a poter considerare come verosimili tali sciocchezze?
    Questo mi scoraggia, sinceramente.

  8. Licia:

    @Anna, a proposito di malafede, anche oggi sono usciti articoli che continuano a disinformare, come ad es. questo del Corriere con un profilo sconcertante della commissaria:

    (fonte: profilo Twitter dell’autore; l’articolo precedente dello stesso autore era presentato come “il cretinismo UE”)

    Ovviamente nessuno si è scusato per avere pubblicato informazioni nate da errori di traduzione e mancata comprensione del testo inglese (confortati purtroppo dall’evitabile ritiro del documento da parte della commissaria).

    @Carla, grazie per gli esempi. Del titolo di Le Figaro mi colpisce molto Wokisme (per la serie “i francesi non usano anglicismi”!)

    @Andrea anche per me è sconcertante e soprattutto sconsolante perché ci dà un’idea di buona parte del giornalismo italiano: possibile che nessuno si faccia mai qualche domanda?

  9. John Dunn:

    Anch’io ho trovato sconcertanti alcuni commenti specie nei media generalmente considerati progressisti o liberali. È davvero peccato che tanti commentatori non possano o magari non vogliano capire di che cosa si tratta. Però penso che tutto sommato la commissaria abbia fatto bene di ritirare il documento, che ha veramente bisogna di un ritocco o pure qualcosa di più. Le spiegazioni non sempre sono abbastanza chiare o dettagliate, e alcuni esempi sono piuttosto goffi.

  10. Licia

    @John, concordo che alcune indicazioni potevano essere formulate meglio e che alcuni esempi lasciano perplessi: goffi li descrive perfettamente.  D’altronde però non sono linee guida destinate a chiunque ma a persone specifiche all’interno della Commissione, per le quali probabilmente non risultano ambigue. Immagino che se gli autori avessero potuto prevedere che sarebbero uscite e avrebbero suscitato queste reazioni, sarebbe stata fatta molta più attenzione ad alcuni dettagli. Penso ad es. ai nomi di persona: come ho già scritto nel post, typically from one religion è una descrizione davvero infelice, ma avrei anche evitato la combinazione Maria e John – non a caso in italiano è diventata addirittura Maria e Giuseppe – a favore di altri nomi altrettanto tradizionali ma più neutri come ad es. Anna and James.

  11. FF:

    @Licia, ho letto su twitter che qualcuno ti ha chiesto se il doodle di Google anche negli anni passati indicava le feste natalizie come “festività stagionali”.
    Usando il servizio “Wayback Machine” (https://web.archive.org/), che consente di vedere l’aspetto di un sito ad una certa data, posso confermare che anche negli anni 2020,2019 e 2018 (poi mi sono fermato, inutile continuare), il doodle di Google riportava “Holidays”, 2020: “December Holidays”, 2019: “Happy Holidays 2019!”, 2018: “Happy Holidays!”.

  12. Licia:

    @FF avevo visto il tweet a cui fai riferimento velocemente stamattina e solo quando ho visto il tuo commento ho avuto più tempo e ho capito che rimandava indirettamente a notizie con titoli come E adesso anche Google "censura" il Natale, oppure Anche Google censura il Natale: arrivano le “festività stagionali”: una follia dietro l’altra e simili che a loro volta rimandano all’argomento di questo post (esempio: “C’è il sospetto che Google si sia ispirato alla direttiva della comunicazione della Ue. Uniformandosi, in tal senso, alla linea statunitense dove da tempo al posto di Merry Christmas si è fatta largo l’espressione Season’s Greetings, che per gli americani significa «Saluti della stagione». Una formula neutra che grida vendetta”).

    Festività stagionali 2021

    Se si usa il motore di ricerca con le impostazioni in inglese o se si salva l’immagine con la descrizione italana si può vedere che nel nome del file c’è il testo originale inglese seasonal-holidays-2021 di cui festività stagionali 2021 è una traduzione letterale senza adattamento.

    Nell’Archivio dei doodle non c’è ancora l’immagine qui sopra, ma si può vedere che le altre in tema degli anni scorsi (tra cui quelle che hai trovato tu) in italiano erano etichettate come Festività X dove X è l’anno. Esempi:

    esempi di Google degli anni scorsi

    Sarebbe stato più appropriato mantenere lo stesso tipo di descrizione anche quest’anno: è più idiomatica e non ci sarebbe stata alcuna polemica!

  13. Marco:

    Scusate, ma com’è che un regolamento interno sull’uso “corretto” della lingua, viene poi stigmatizzato, anche se benevolmente, come “goffo” in alcune parti e poco attento proprio a quel registro linguistico che pretende di migliorare? Non è una contraddizione in termini? La cosa non depone certo a favore della professionalità e competenza di coloro che lo hanno redatto…

  14. Licia:

    @Marco non si tratta però di un documento sull’uso "corretto" della lingua e non ha a che fare con i registri linguistici ma è focalizzato sugli aspetti della comunicazione (quindi ad es. anche l’uso di immagini) che contribuiscono a renderla veramente inclusiva, come descritto nell’Introduzione a pagina 5.

    Come si spiegano quindi gli esempi non sempre felici e alcune formulazioni piuttosto goffe? Va tenuto presente, come già indicato nel post, che in questo contesto l’inglese è la lingua di lavoro ed è molto probabile che le linee guida siano state scritta da persone non di madrelingua che comunque tra loro si capiscono bene (di nuovo: queste linee guida erano destinate a uso esclusivamente interno). Questa particolare varietà di inglese ha anche un proprio nome, Euro-English.

    Se non si ha familiarità con questi ambiti, e in particolare se non si ha esperienza diretta di cosa vuol dire lavorare in una lingua diversa dalla propria, userei più cautela prima di dubitare di professionalità e competenza.

  15. Luca Grasselli:

    Articolo eccellente, come sempre (compresa l’osservazione che l’esempio su “Mary and John” è mal formulato; forse non è l’unico punto discutibile o meglio formulabile).

  16. Romeo:

    “evitare linguaggi che discriminatoria ed escludono”….

    è tutta qui la farsa.

    il linguaggio che si utilizza non è la fonte di offesa o discriminazione o esclusione. non è un reato.

    l’autrice dell’articolo ha fatto bene a specificare che
    i titoloni dei giornali erano esagerati. bene. ci sta.
    ottimo lavoro.

    ciononostante…. c’è una maniacale ossessione verso il cambiamento delle parole , fatta passare come raccomandazioni…
    che non è solo sospetto, ma è chiaramente votato ad una operazione “pedagogica”… come se fosse la cosa più importante del mondo evitare l’uso di certe parole…
    perché investiti di una responsabilità speciale, una missione, un dovere…
    un debito.

    sacrificare usi e costumi, parole e comportamenti perfettamente naturali, per un bene più alto…

    quale bene? quale dovere o missione?

    tutto si stropicciato in un fobico costrutto comportamentale, innaturale. artificiale.

    meccanico.

    è uno Pseudo modo di proporre un comportamento diplomatico ,
    che rivela tutta la sua insistenza. fa leva sul senso di colpa.

    e già questo è scorretto.
    c’è un sottintesa volitiva esercizio di forza.

    un vero comportamento comprensivo, è quello di utilizzare ANCHE espressioni e parole di altri linguaggi.
    è un approccio che lascia liberi di utilizzare QUALSIASI espressione.

    il linguaggio si adatta nel tempo.
    non viene castrato o censurato.
    è modificato, perchalcune parole divengono desunte.
    ma vengono sostituite con altre espressioni
    che convogliano il medesimo significato.

    cosa che non viene specificato nella direttiva.

    è l’adattamento e l’arricchimento di parole,
    L’INCLUSIONE di parole , che aiuta a relazionarsi.

    invece siamo di fronte all’ennesima battaglia contro
    i mulini a vento. tra le tante. battaglie inutili e senza senso. che hanno in loro, Intimidazione, senso di colpa,
    ed un certo narcisismo, impacchettate da una confezione
    di politicamente corretto.

    ricordate che la responsabilità presuppone sempre la libertà.
    si è responsabili quando si è in grado di scegliere liberamente.

  17. Licia:

    @Luca, sicuramente ci sono frasi che andrebbero formulate meglio (a partire dall’esempio di religious names che è particolarmente infelice!), però va tenuto conto che erano linee guida pensate per uso interno e per personale che sicuramente ha già familiarità con questi argomenti e quindi dovrebbe poterle interpretare correttamente senza bisogno di chiarimenti.

    @Romeo, grazie per il contributo. Credo però sia importante sottolineare che nel mondo anglofono, inizialmente solo negli Stati Uniti e poi in altri paesi, si discute di questi temi da decenni e questo consente di non fraintendere riferimenti e indicazioni. Va inoltre ricordato che si tratta di contesti culturali diversi da quello italiano, ma la maggior parte dei commentatori nei media italiani non ne ha tenuto conto: hanno invece tradotto letteralmente le indicazioni e ne hanno discusso come se riguardassero l’italiano e parole italiane* usate in un contesto culturale italiano, e anche per questo ne hanno dato un’interpretazione fuorviante.

    Un esempio di differenze culturali emerge anche da due frasi del commento: “fa leva sul senso di colpa e poi “Intimidazione, senso di colpa”. Le ho notate perché il senso di colpa e l’idea del peccato sono ricorrenti nelle società con impronta cattolica come la nostra, molto meno in quelle con impronta protestante, e tutto questo si riflette anche nel lessico di ciascuna lingua (in Fat shaming: in italiano, senza vergogna ho confrontato le esclamazioni italiane è un peccato e che peccato e inglesi it’s a shame o what a shame). Tornando alle linee guida della Commissione europea (e ad altre linee guida simili in inglese), escluderei che in alcun modo facciano leva sui sensi di colpa. Attenzione quindi ad interpretarle usando il filtro delle percezioni e delle sensibilità tipicamente italiane.


    * A proposito degli esempi lessicali delle linee guida della Commissione, anche il presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini in un’intervista recente ha discusso di alcuni dettagli come se riguardassero l’italiano. Si è soffermato sul verbo colonizzare (anche se l’unico esempio a pag. 19 riguarda invece il sostantivo colonisation), senza tenere conto che per questioni storiche e culturali in inglese il verbo colonise e parole correlate possono essere fortemente connotati (cfr. anche il concetto di decolonisation) e negli usi figurati non c’è piena corrispondenza tra colonise in inglese e colonizzare in italiano.

    Be mindful of the negative connotations of terms such as colonisation or settlement

    Sempre in riferimento alle linee guida della commissione, Marazzini ha fatto l’esempio di vecchio, aggettivo italiano, come se fosse diventata una parola vietata nel contesto europeo, ma le indicazioni sono di tutt’altro tipo:

    Avoid collective nouns like ‘the elderly’ as they are not a homogenous group. Refer to ‘older people’ or ‘an older person’ rather than an ‘old person’ or ‘old people’. Do not portray older people as being passive, weak or helpless in visual communication or in drafting a text.

    Nell’introduzione e nella sezione Age a pag. 25 viene infatti indicato di evitare elderly e old person/people a favore di older person/people. È un suggerimento che non è una novità ma si trova da tempo anche in guide di stile di altre organizzazioni, cfr. ad es. Terms for older adults (American Psychological Association) e When Does Someone Become ‘Old’? (The Atlantic) per una spiegazione sul perché viene preferito older a old.

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