USA: armi, lessico e “gundamentalist”

Per un europeo è difficile capire l’ossessione degli americani per le armi da fuoco e quanto “normali” siano pistole e fucili nella vita quotidiana di molte persone. Ci pensavo quando ho scoperto da Silvia Pareschi che negli Stati Uniti vengono pubblicizzati zainetti antiproiettile per bambini con lo slogan No more victims of school shootings!, come se le sparatorie a scuola fossero un’evenienza comune.

Active shooter situation

Esistono molti altri prodotti da usare in caso di un ‘Active Shooter’ situation, un eufemismo che trovo inquietante. È il termine usato dal Department of Homeland Security (ministero degli interni), FBI, forze dell’ordine, media ecc. per indicare una sparatoria in atto ad opera di un “individuo attivamente impegnato a uccidere o cercare di uccidere persone in una zona circoscritta e popolata”. È un’evenienza considerata così probabile che esistono linee guida ufficiali su come comportarsi se ci si trovasse coinvolti:

ACTIVE SHOOTER – HOW TO RESPOND (US DEPARTMENT OF HOMELAND SECURITY)  An Active Shooter is an individual actively engaged in killing or attempting to kill people in a confined and populated area […] Active shooter situations are unpredictable and evolve quickly. Typically, the immediate deployment of law enforcement is required to stop the shooting and mitigate harm to victims.

Dopo il massacro dei bambini di Newtown (Sandy Hook Elementary School, dicembre 2012) ho letto alcuni interventi che riflettono proprio sul linguaggio usato per parlare di armi negli Stati Uniti, importante perché può influenzare un eventuale cambiamento nell’opinione pubblica, soprattutto se vengono usate (o evitate) parole connotate emotivamente e/o culturalmente.

Gun control vs gun rights

Lucy Ferris in Speaking of guns riporta che negli Stati Uniti si parla sempre meno di gun control e gun violence a favore di gun rights e di Second amendment, ossia le armi come un diritto sancito dalla costituzione americana e il suo famigerato secondo emendamento. Fa inoltre notare che la parola control, apparentemente neutra, può invece essere percepita negativamente perché la cultura americana detesta ogni forma di controllo e imposizione (viene fatto l’esempio di birth control, termine “disastroso” perché comunica l’idea che a dei bambini pronti per nascere sia impedito di farlo). Vengono quindi ipotizzate alcune alternative lessicali che possano essere accettabili da tutti i punti di vista, ma nessuna risulta efficace, ad es. gun violence si limita a identificare il problema, violence reduction appare troppo vago e l’idea di “riduzione” ha connotazioni negative.

Il linguista George Lakoff spiega che nell’ideologia conservatrice americana vale l’equazione guns = freedom, e quindi non possono essere posti limiti a questa libertà. Le parole pronunciate da Obama a Newtown, in cui ha annunciato interventi per prevenire future tragedie come questa (“we’re going to have to come together and take meaningful action to prevent more tragedies like this, regardless of the politics”) potrebbero rappresentare un punto di svolta culturale perché metterebbero in discussione questo significato di libertà, che non può avere come prezzo il massacro di bambini.

Gundamentalist

Anche in It’s Not a Tragedy ci sono considerazioni simili sull’uso della parola freedom e sulla necessità di “ridefinire” alcuni termini usati in questo dibattito. Appare anche una parola macedonia che trovo molto efficace, gundamentalist (gun + fundamentalist); è stata coniata nel 1926 ed è descritta da Nancy Friedman che ne dà questa definizione: “a person who goes beyond the language of the Second Amendment to the U.S. Constitution and takes his or her unrestricted right to bear arms as a tenet of religious or quasi-religious faith”.


Nuovi post:
Stati Uniti: cos’è un mass shooting?
Thoughts and prayers dei politici americani
School Shooting, pessimo nome itanglese


Un esempio italiano dell’importanza delle scelte linguistiche nella comunicazione politica: Berlusconi: due cose che (forse) non sapete sul suo linguaggio nell’ultimo speciale sulla lingua italiana del Portale Treccani.

Vedi anche: Terminologia e comunicazione
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15 commenti su “USA: armi, lessico e “gundamentalist””

  1. Luigi Muzii:

    Per qualunque discussione seria, non solo “ideologica” bisogna partire dal testo della costituzione americana (http://goo.gl/RojPV) e dai sui obiettivi (a more perfect Union, establish Justice, insure domestic Tranquility, provide for the common defence), quindi ragionare sul secondo emendamento (in particolare su “well regulated”) e contestualizzarlo storicamente. Poi si dovrebbe esaminare la “timeline” degli altri emendamenti (in questo caso anche in italiano, http://goo.gl/tX3lK).
    Si è detto, non del tutto a torto, che siano troppi gli americani così ottusi da credere che la loro costituzione sia stata dettata a Franklin & C. direttamente dal padreterno e che non abbiano un’idea ben chiara dei limiti della libertà individuale.

  2. Licia:

    @Luigi Muzii, grazie per i riferimenti.
    Per approfondimenti, suggerisco di leggere anche gli articoli che ho citato qui sopra, tutti commentabili. In particolare il primo link, ossessione degli americani per le armi, è all’articolo «Una milizia ben organizzata» di Giovanni Zagni che è sottotitolato Tutto quello che c'è da sapere sulle armi negli Stati Uniti, dalle 27 parole della Costituzione alla storia, non così vera, dei "fucili venduti al supermercato" (informazioni visualizzabili al passaggio del puntatore per chi legge da un computer “tradizionale”).

  3. Licia:

    @Marco, bambini con il giubbotto antiproiettile, allucinante davvero. Molto eloquente anche il nome del sito, family preparedness consulting (“Be protected by being prepared”).

    E il nuovo post di Silvia, Le pistole di Santa Claus, aggiunge altri dettagli che più di qualsiasi trattato sociologico danno un’idea immediata di quanto qualsiasi aspetto della vita negli Stati Uniti sia impregnato dalla cultura delle armi.

  4. Nautilus:

    Licia, quando dici “per un europeo è difficile capire l’ossessione degli americani per le armi” hai ovviamente ragione, ma c’è purtroppo una spiacevole eccezione anche qui da noi: si tratta della Finlandia (uno dei Paesi che conosco meglio e che, dopo Estonia e Lituania, ho visitato in svariate occasioni). Non possiamo dimenticare che i Finlandesi in possesso di una (regolare) arma da fuoco sono circa il 56% del totale. Ciò conferma un mio modo di dire scherzoso: la Finlandia sarebbe un paradiso… se solo non fosse popolata dai Finlandesi.

  5. Licia:

    @Nautilus, vero, e anche in Svizzera le armi sono molto diffuse. Ma non credo che ci sia la “cultura delle armi” come negli Stati Uniti, o perlomeno questa è la mia impressione basata sulla conoscenza di parecchi finlandesi, con cui sono amica o con cui ho avuto modo di lavorare a stretto contatto per anni. Ad esempio, immagino che per i finlandesi l’idea di sicurezza associata agli zainetti dei bambini faccia pensare ai catarinfrangenti che li rendono ben visibili nelle buie giornate invernali e sicuramente non ad accorgimenti antiproiettile!
    Aggiungo un esempio americano che ho fatto anche nel blog di Silvia. Uno dei video più visti l’anno scorso su YouTube è quello di un padre americano furibondo con la figlia al punto da prenderle a pistolettate il computer, video virale che è stato ripreso dai vari network televisivi. Trovo molto eloquente, e per me anche inquietante, l’esempio di come è stata riportata la notizia da ABC ("too good not to show you"), in particolare le espressioni e il tono di voce di chi presenta, tra il divertito e l’ammirato, perché chiaramente non desta nessuno stupore che un padre maneggi con tale disinvoltura un’arma in un contesto “educativo”, anzi, sembra la cosa più normale di questo mondo:

    Non parlo finlandese e in Finlandia ci sono stata solo come turista, ma dubito che si potrebbe vedere un servizio equivalente alla TV finlandese. 🙂


    A proposito di Finlandia, in un contesto del tutto diverso e molto piacevole, ne approfitto per segnalare i bei post natalizi di Suom(I)taly.

  6. Licia:

    @Rose, ho appena letto un articolo in The Guardian che ho trovato molto interessante, This sacred text explains why the US can’t kick the gun habit.

    Oggi c’è stata la conferenza stampa della NRA (la potentissima National Rifle Association), durante la quale il vice-presidente ha suggerito che la soluzione per prevenire stragi come dei bambini nel Connecticut è avere personale armato in ogni scuola. Ha dichiarato, testuali parole: “The only thing that stops a bad guy with a gun is a good guy with a gun“. Insomma, i buoni e i cattivi, proprio come nei film del Far West. Allucinante.

    E a proposito della retorica dei conservatori, qui si trovano altri esempi notevoli, ad es. la dichiarazione che le morti della scuola elementare sono il risultato di  "a feminized setting" nel quale "helpless passivity is the norm".

  7. Rose:

    Negli States i simboli nazionali sono sacri in senso letterale e quando religione e politica vanno di pari passo, i risultati sono sempre disastrosi, come è evidente dai fatti di cronaca là e nel resto del mondo. 🙁

    E’ strano però come un emendamento sia sacro e intoccabile e un altro (quello sull’uguaglianza, per esempio) sia stato e sia tuttora disatteso alla grande. Allora si tratta di IPOCRISIA e OPPORTUNISMO, altre cose che spesso vanno a braccetto con la religione.

  8. BEP:

    A proposito della Svizzera, visto che è stata tirata in ballo:
    Qui vige la leva obbligatoria, quindi tutti i coscritti hanno a casa il proprio fucile d’assalto. Dal settembre 2007 non sono più distribuite munizioni (tranne a circa 2000 elementi di primo intervento).
    Pochi mesi dopo una ragazza è stata uccisa a Zurigo da un militare 21enne che tornava a casa dopo il servizio, quindi trafugare munizioni purtroppo non sembra impossibile (spero che adesso il sistema sia stato migliorato).
    Alcuni dati: ci sono fra 1.2 e 2 milioni di armi da fuoco in circolazione in Svizzera; ogni anno si registrano più di 300 morti per armi militari (dati del 2007).

  9. Licia:

    @Marco, grazie, un altro esempio molto eloquente di come la scelta delle parole e delle metafore possano influenzare la percezione di un argomento, un aspetto di cui sono ben consapevoli politici e politicanti.
    Aggiungo un dettaglio sullo studio citato in Johnson: una delle autrici, Lera Boroditsky, è una delle più note esperte di relatività linguistica, l’ipotesi che la percezione del mondo in cui viviamo sia influenzata dalle strutture linguistiche usate per descriverlo.
    E concludo con questa vignetta di Non sequitur:

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