Giudici e giudichesse

Ieri [8 gennaio 2013] Berlusconi ha descritto chi ha emesso la sentenza per il suo recente divorzio come “giudichesse femministe e comuniste“. In un comunicato, il Presidente della Corte di Appello, Giovanni Canzio e il Presidente del Tribunale di Milano, Livia Pomodoro, hanno replicato rammentando che nel commento delle decisioni dei giudici va evitata “ogni espressione di dileggio che possa minare la fiducia dei cittadini nella magistratura e compromettere il rispetto sostanziale delle medesime decisioni”.

Mi sembra che questo scambio confermi quando dicevo in Genere e linguaggio: le forme femminili “forzate”, specialmente quelle che usano il suffisso essa,  sottolineano che in quel ruolo c’è una donna, come se fosse una cosa insolita o addirittura motivo di scherno, mentre il sesso di chi fa cosa dovrebbe essere irrilevante.

In Genere grammaticale, naturale e sociale ricordavo che il genere grammaticale (una categoria morfologica) è una convenzione linguistica e non sempre coincide con il genere naturale (il sesso di una persona o di un animale) e per questo anch’io preferisco il cosiddetto maschile con valenza neutra se si sta descrivendo un ruolo o una carica: il giudice, il presidente.

È anche curioso notare che a insistere sulla femminilizzazione dei nomi delle professioni siano soprattutto donne in ruoli per cui c’è già un nome di genere femminile (linguiste, giornaliste, ricercatrici, filosofe, sociologhe, psicologhe ecc.) o uomini politicamente corretti. Forse sarebbe meglio lasciare la parola esclusivamente alle dirette interessate, le numerose ing., avv., arch. ecc., e non continuare a insistere che solo le professioni umili ma non quelle prestigiose hanno la forma femminile perché è falso.
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Aggiornamento luglio 2014 – Segnalata da Scritture Brevi, la scelta di ministro e ministra in due titoli apparsi affiancati sul sito del Corriere della Sera è un esempio eloquente dei diversi contesti d’uso e connotazioni che possono avere le forme femminili meno abituali:

Il ministro Boschi discute di riforme, la ministra Boschi si fa notare per la gonna che indossa

Mi ha ricordato l’esempio di avvocato e avvocatessa: il maschile viene usato in contesti professionali, il femminile per discutere l’aspetto fisico.

Vedi anche: Il bonifico, un’operazione maschile (nei commenti, dettagli meno espliciti ma potenzialmente più sessisti dei nomi “maschili” per le professioni).

7 commenti su “Giudici e giudichesse”

  1. Mauro:

    E se, per evitare il brutto suffisso “essa”, dicessimo “giudicia”?

    Saluti,

    Mauro.

    P.S.:
    Scherzo Licia, non spaventarti 🙂

  2. Licia:

    @Mauro, per fortuna che sicuramente B. non passerà mai di qui, altrimenti potrebbe venirgli qualche idea, magari per delle rime baciate… 😉

  3. Silvia Pareschi:

    Mi viene in mente Zadie Smith, che non menziona quasi mai il colore della pelle dei suoi personaggi. Questo, come il genere (e la nazionalità dei criminali nelle notizie di cronaca), è un dettaglio che andrebbe sottolineato solo quando è veramente rilevante.

  4. Morgaine:

    Ma si può dire la presidente, come la supplente, senza forzare la grammatica, no?

  5. Licia:

    @Silvia, sono contenta che siamo almeno in due a pensarla in questo modo sulla nazionalità dei criminali.

    @Morgaine, sicuramente, però è interessante notare che anche nel caso di sostantivi che derivano da participi presenti, e quindi possono essere usati sia al maschile che al femminile, le dirette interessate spesso preferiscono il maschile, come nell’esempio del comunicato citato sopra: il Presidente del Tribunale di Milano, Livia Pomodoro.

    Ne approfitto per segnalare La "supposta madre" e il resto. Dizionario del berlusconismo finale, che elenca una serie espressioni e parole pronunciate ieri nella stessa trasmissione (“Silvio Berlusconi ieri sera a Otto e mezzo ha costruito uno degli episodi linguisticamente più sconvolgenti, ilari e insieme tragici, da tanti anni a questa parte”), tra cui non manca
    "Le giudichesse". Letteralmente, mai sentito, inesistente nalla lingua italiana, totalmente originale; di fatto potenza neologistica del leader sul viale del tramonto. Più invecchiamo, ne era convinto Lyotard, più creiamo.

    Qualche altro riferimento al linguaggio della politica italiana in alcuni commenti della settimana scorsa qui.

  6. maxxfi:

    Abbiamo già pennelli, pennellini e pennelloni.
    Ma abbiamo davvero bisogno anche di una pennellessa? 🙂

  7. Rose:

    Mah! Io non sono berlusconiana, ma non ho letto (sul link, perchè il programma non l’ho visto)le espressioni in quella chiave. “Se uno è malizioso può far dire qualsiasi cosa a chiunque” diceva mio padre. Quelli che oggi fanno i moralisti ai miei tempi erano per il libero amore. Di cosa ci stupiamo, poi? Che un uomo potente abbia stuoli di ragazze disposte a diventare la “favorita” di turno? E’ sempre stato così, dagli albori della storia umana. Ne farei più una questione di “opportunità” e discrezione, questo sì, ma immagino sia quasi impossibile, al giorno d’oggi, con un’opposizione che pesca sempre nel torbido e i media che ci sguazzano.
    Per quanto riguarda le “giudichesse”, penso che il tono fosse di vaga presa in giro e questo è sicuramente più grave e offensivo (per le donne), che non l’aver creato un eventuale neologismo poco felice.

    A maxxfi vorrei dire che nel bresciano i pennelli larghi si chiamano proprio pennellesse. 😀

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