Cartelli (e lessico) per turismo da selfie

Le notizie recenti di droni apparsi nei cieli di alcuni paesi europei mi hanno fatto ripensare ai cartelli “no drone zone” che mi è capitato di vedere in luoghi naturali particolarmente instagrammabili (e tiktokabili!). Esempio in noto punto panoramico in Alto Adige:

Foto di un prato di montagna con due cartelli uno sopra l’altro: 1 segnale di divieto di sosta con la scritta bilingue in tedesco e italiano “Parken verboten – Sosta vietata”; 2 segnale con un drone barrato e scritta in inglese NO DRONE ZONE e più piccolo “launching, landing or operating unmanned or remotely controlled aircraft in this area is prohibited”

Ho fatto la foto non per il divieto in sé (ben venga!) ma perché mi ha colpita l’uso dell’inglese contrapposto al classico cartello bilingue in tedesco e in italiano. A poca distanza c’era un altro cartello che chiedeva di non camminare sul prato, anche questo solo in inglese:

Cartello con segnale di divieto con all’interno persona che cammina e testo in inglese “Do not walk or sit on the grass, our local farmers need it for their animals Please show respect and stay on the street!!”

Si potrebbe fare qualche ipotesi sulla scelta dell’inglese, che in questo contesto italiano ma germanofono era l’unica lingua di comunicazione. Si potrebbe pensare, ad esempio, che abbia a che fare con le infinite polemiche in Alto Adige sul bilinguismo dei cartelli: il ricorso all’inglese potrebbe sembrare una soluzione di compromesso per chi non vuole usare entrambe le lingue ufficiali, anche se l’obbligo giuridico riguarda solo la segnaletica pubblica, come i nomi delle destinazioni nei cartelli stradali o dei sentieri.

In questo caso credo però sia più probabile una spiegazione di tutt’altro tipo: la lingua è stata scelta in base al tipo di destinatario. Il cartello si rivolge ai turisti che arrivano, scattano o filmano, postano su Instagram, Tiktok o altri social, e rapidamente se ne vanno verso la destinazione successiva nella propria bucket list.

Si tratta in gran parte di persone giovani, da paesi diversi, che sui social sono abituate alla comunicazione in inglese. In questo tipo di contesto il messaggio monolingue, diretto e senza potenziali distrazioni in altre lingue, potrebbe effettivamente risultare la soluzione più efficace.

Breve lessico dell’iperturismo

Le visite mordi e fuggi in luoghi turistici solo per averne ricordi digitali sono un esempio di turismo da selfie (o dei selfie), espressione calco di selfie tourism, in inglese anche Instagram tourism. È un fenomeno dovuto in buona parte all’emulazione dei cosiddetti travel influencer che fanno diventare mete ambite i luoghi che visitano. I turisti da selfie che si riversano negli stessi posti spesso però si limitano a riprodurre inquadrature e pose virali degli influencer, senza neppure guardarsi intorno per capire cos’altro offre il luogo.

Il turismo da selfie è uno degli aspetti dell’iperturismo, il sovraffollamento turistico in località famose con grandi disagi per i residenti. In italiano però ormai prevale il nome inglese overtourism, una delle parole dell’anno nel 2018 (in quel periodo aveva avuto visibilità anche la parola spagnola turismofobia, l’avversione o intolleranza dei residenti verso i turisti, che però ha avuto meno successo).

Foto di centinaia di persone su sentiero di montagna e due titoli: 1 Overtourism shock: code chilometriche per un selfie sul Seceda; 2 Serve un piano anti-overtourism
titoli di agosto 2025

In ambito accademico e specialistico si riscontrano anche i termine extractive tourism e tourism extractivism, espressioni che rimarcano lo sfruttamento (“estrazione”) e potenziale esaurimento delle risorse del luogo causati dal turismo eccessivo: un esempio tipico è l’impatto ambientale delle grandi navi da crociera.

Il fenomeno opposto è denominato regenerative tourism, un tipo di turismo sostenibile e “rigenerativo” che ha un effetto positivo sul luogo visitato e i suoi abitanti (ad es. prima di ripartire si piantano degli alberi per migliorare l’ambiente).

All’overtourism si contrappone invece l’undertourism, il turismo che privilegia luoghi meno frequentati e mete poco note. È una parola che però è nata con un’accezione diversa: in ambito accademico denomina un flusso di turisti sottodimensionato rispetto all’offerta, con conseguenze negative per l’economia locale, cfr. l’approfondimento Underturism (Accademia della Crusca).

Da undertourism è derivato undertourist, il turista responsabile che privilegia vacanze sostenibili. Si trovano varie occorrenze anche nei nostri media, come in questo esempio di titolo itanglese: Vivere la val Pusteria da undertourist nell’overtourism.


Vedi anche: Staycation in italiano in cui ho raccolto alcuni neologismi inglesi che descrivono nuovi tipi di vacanze, tra cui coolcation (destinazioni con temperature fresche per sfuggire alle iper-estati).


1 commento su “Cartelli (e lessico) per turismo da selfie”

  1. Fabio Marri

    Il link a “Underturism” nel sito della Crusca andrebbe marcato con un “sic” e la segnalazione che questa grafia non esiste ma dipende probabilmente da un errore di chi ha fatto il titolo.

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