L’italico dispensatore

Alcuni titoli del 9 novembre 2022:

Immagine di erogatore di gel igienizzante e titoli: 1 Rampelli: “Non si dice dispenser ma dispensatore”, la nuova crociata linguistica di FdI; 2 Rampelli, orgoglio tricolore: “Dispenser? No, dispensatore: qua si parla italiano”; 3 Rampelli: Dal dispenser al “dispensatore”, battaglia su uso dell'italiano anziché l'inglese

Qualche giorno fa mi chiedevo se con il nuovo governo sarebbe tornata in auge la difesa della lingua italiana dalla presunta minaccia degli anglicismi, e ho già una prima risposta.

Ieri il Vicepresidente della Camera Fabio Rampelli ha usato la parola dispenser, per poi correggersi specificando che per dispenser si intende dispensatore. Ha quindi pubblicato un tweet con il video del suo intervento, e così ha scatenato innumerevoli commenti.

Testo di tweet di Fabio Rampelli: “Alla Camera dei deputati italiana si parla #italiano. Prosegue la battaglia sull’utilizzo della nostra lingua al posto dell’inglese. Non si capisce perché il dispensatore di liquido igienizzante per le mani debba essere chiamato ‘dispenser’.

Un suggerimento per l’onorevole: scelga più accuratamente le parole da ostracizzare e acquisisca conoscenze lessicali più specifiche, altrimenti risulterà poco credibile.

Aspetti diacronici

L’anglicismo dispenser è in uso in italiano perlomeno dal 1963, come si può verificare nei dizionari che riportano la data di prima occorrenza documentata di una parola.

Come già indicato in Anglicismi, che passione!?, ritengo non abbia molto senso cercare di contrastare prestiti in uso da tempo, che hanno grande frequenza d’uso e ampia distribuzione (ricorrono in vari ambiti) e sono quindi facilmente riconoscibili. È preferibile evitare di sceglierli come simbolo di contrasto all’abuso di anglicismi: dopo 60 anni è davvero dispenser la parola da eliminare dal nostro vocabolario? O gel, in uso da circa 70 anni?

È più utile concentrare l’attenzione sui prestiti più recenti (“incipienti”) che non sono ancora entrati stabilmente nell’uso, che risultano di difficile comprensione e possono impedire la fruizione di servizi e informazioni, e che oltretutto fanno passare il messaggio che l’italiano non ha le risorse lessicali adeguate a denominare nuovi concetti, come gli anglicismi istituzionali.

Alternative agli anglicismi

Quando si propongono alternative agli anglicismi ci si deve assicurare che siano idonee a descrivere il concetto che denominano: ad esempio, gel e liquido non sono equivalenti perché identificano due tipi di sostanze con caratteristiche diverse.

In inglese dispenser deriva dal verbo dispense, che in riferimento a oggetti o altri prodotti contenuti in macchinari o altri dispositivi significa “distribuire”, in particolare in porzioni o dosi. In italiano il verbo dispensare significa invece “elargire tra più persone” e solitamente il dispensatore è una persona. Parole più appropriate per descrivere un dispositivo che distribuisce e dosa sostanze sono erogatore e dosatore.   

Immagine: i termini non si traducono! Si cerca equivalenza in L1 e L2L’esempio di dispenser dispensatore evidenzia un problema diffuso tra chi si improvvisa esperto linguistico senza avere le competenze necessarie: ci si focalizza sulle singole parole della lingua di partenza (L1) senza analizzare i concetti che rappresentano. Bisognerebbe invece resistere alla tentazione di “tradurre” letteralmente e farsi influenzare troppo dalla forma inglese, come descritto in Brainstorming e formazione dei termini in L2.

Pericolo anglicismi

Un anglicismo come dispenser non rappresenta una minaccia per la lingua italiana, che gode di migliore salute di quanto vorrebbero far credere alcuni catastrofisti che per sostenere le proprie tesi ricorrono a statistiche distorte, ricavate senza alcuna metodologia scientifica.

Purtroppo poi vengono riutilizzate da chi non ha gli strumenti per verificarne la validità. Si trovano esempi anche in una proposta di legge per la tutela e la promozione della lingua italiana presentata nel 2018 proprio dall’onorevole Rampelli e alcuni suoi colleghi di partito:

Secondo le ultime stime, infatti, dal 2000 ad oggi il numero di parole inglesi confluite nella lingua italiana scritta è aumentato del 773 per cento: quasi 9.000 sono gli anglicismi attualmente presenti nel dizionario della Treccani su circa 800.000 lemmi e accezioni

Ho già preso spunto da questo 773 per cento* e da altri dati poco realistici per evidenziare alcuni luoghi comuni sugli anglicismi e sulla possibilità di regolamentare la lingua: dettagli e riferimenti in Davvero fra 80 anni non si parlerà più italiano?

La conclusione è la stessa: ogni parlante può esprimere le proprie opinioni sull’uso della lingua, ma chi ha visibilità dovrebbe fare maggiore attenzione alle proprie affermazioni. Se non ci si assicura di usare esempi realistici, dati attendibili e fonti affidabili, si rischia di avere poca credibilità e saranno inevitabili ironie e reazioni negative.


* A proposito di anglicismi, 773 per cento è un calco dall’inglese per cent. In italiano invece è preferibile far seguire i numeri dal simbolo %, senza spazio, quindi 773%.

10 commenti su “L’italico dispensatore”

  1. Boris Limpopo:

    Mi permetto di intervenire sulla preferenza da attribuire a ‘%’ rispetto a ‘per cento’. Sia l’Istat (nel Rapporto annuale, per esempio) sia la Banca d’Italia (nella Relazione del Governatore) adottano l forma estesa.

  2. Tukler:

    O.T. rispetto al post, ma ho apprezzato molto la nota su “per cento”.
    Proprio in questi giorni stavo cercando informazioni sulla sua etimologia, dopo aver fatto caso a quante persone sono confuse da questa operazione.

    Sapevo ovviamente già che per molti è difficile quantificare anche solo approssimativamente percentuali che possono sembrare banali, ma ultimamente mi è capitato di vedere indicarla per iscritto come “x100” o “*100”, per evitare lo sforzo di cercare il carattere apposito su una tastiera virtuale.

    Solo questo mi ha fatto notare che la cosa più assurda di “per cento” è proprio che il suo nome indica l’opposto dell’operazione che in realtà rappresenta.
    Il “20% di 40” si può esprimere come “40 per 20 per cento” ma in realtà si calcola come “40 per 20 diviso cento”.

    E capisco che per chi non ha ben chiaro che con “per cento” ci si riferisce a un preciso concetto matematico astratto indipendente dalle parole che lo rappresentano, la confusione sia facile.

    Non ero riuscito a trovare informazioni sull’etimologia di questa locuzione, e la tua spiegazione è semplice e realistica.
    Immagino che il calco sia decisamente antico visto quante parole derivate esistono già in italiano, ma l’ambiguità è chiara visto che in inglese “cent” non significa appunto “cento” ma “centesimo”.

    La traduzione esatta italiana quindi sarebbe stata il più trasparente ma più lungo “per centesimo” (che può anche essere convertito letteralmente nell’operazione corretta, se pensiamo a “20 per 40 per 1/100”).
    Forse con un po’ di fantasia avremmo potuto usare “parte cento” (che non indicherebbe un’operazione precisa ma farebbe pensare alla proporzione, che personalmente è il concetto a cui riconduco mentalmente l’operazione di %).

    Se proprio vogliono combattere una battaglia donchisciottesca contro gli anglicismi storici, perché non scelgono questa che almeno avrebbe una sua utilità?:)

  3. Nicola Annunziata:

    Non sono d’accordo con il commento di Tuckler che ritiene che l’eventuale traduzione italiana di “percent” sia “per centesimo”; riterrei piuttosto corretto “centesimi”: 20% equivale a 20 centesimi. Un’altra possibile traduzione potrebbe essere “su cento”: 20% è esprimibile come 20 su 100.
    In ogni caso anche qui vale quanto detto per dispenser, cioè che “per cento” è un’espressione di grande frequenza d’uso, ancor più di dispenser, per il quale le alternative citate, dosatore o erogatore, sono comunque in qualche misura utilizzate: per il “dispenser” di sapone liquido, per esempio, “dosatore” mi sembra usato con una certa frequenza.

  4. Daniele A. Gewurz:

    Siamo sicuri che “per cento” si possa considerare un calco dall’inglese? Secondo lo Zingarelli è in uso in italiano dal 1508 mentre, secondo un dizionario inglese che ho sott’occhio, la datazione di _per cent_ è “mid 16th century”. Vero è che il GDLI ne dà un’origine un po’ successiva, ma comunque siamo d’accordo che dopo un po’ i calchi e i prestiti cadono in prescrizione.

    Vorrei poi far notare a @Tukler che “per”, anche in buon italiano, non indica solo la moltiplicazione, ma anche un senso di distribuzione o ripartizione, e quindi di fatto divisione: basta pensare a “in fila per tre”, “un bicchiere per volta”, “un po’ per uno” e quindi anche “tot parti per cento”. Per esempio, in Dante si legge “Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi / quante sì fatte favole per anno” e in Boccaccio “A migliaia per giorno infermavano”.

  5. Licia:

    Grazie a tutti per avere commentato, anche se ammetto di essere un po’ perplessa che a suscitare interesse sia stata proprio la nota a margine. 😀

    Chiarisco meglio che con calco dall’inglese intendevo che è una formulazione che ricalca l’uso inglese. Si può osservare che per cento è molto frequente nelle traduzioni dall’inglese dei media, e da lì si è diffusa nell’uso anche altrove, direi indipendentemente che esistesse o meno nell’antichità. Le guide di stile per l’italiano indicano di usare il numero seguito dal simbolo % se vengono forniti dati precisi ma ammettono l’uso dell’espressione per cento in contesti discorsivi (esempio del Dizionario di stile e scrittura Zanichelli: c’è una probabilità del cinquanta per cento).

    Nel testo della proposta di legge non c’è solo 773 per cento ma anche altre occorrenze di percentuali, ad esempio:

    Poiché l’italiano è parlato solo dall’8,1 per cento della popolazione ed è in minoranza rispetto al tedesco (63,5 per cento) e al francese (22,5 per cento), il Consiglio federale ha fatto della promozione dell’italiano una priorità.

    In tutti i casi in cui le percentuali vengono confrontate tra loro mi aspetterei il simbolo %.

  6. Daniele A. Gewurz:

    Sono d’accordo che il simbolo % sia più leggibile quando si fanno i conti. Bisognerebbe dirlo a quei redattori che non solo lo sostituiscono d’ufficio con “per cento” (e passi), ma lo fanno in modo automatico, sicché appare la stringa “per cento” anche se quel simbolo compariva all’interno di una URL. 🙂

    Hai ragione, comunque: in questo post c’era altro di interessante. “Dispensatore” per _dispenser_ sembra una battuta di Corrado Guzzanti…

  7. John Dunn:

    Secondo l’OED per cent in inglese è un italianismo, probabilmente arrivato (nel Cinquecento) in un contesto bancario. Perché non eliminare questo intruso dalla nostra bella lingua e usare al suo posto ‘out of a hundred’?

  8. Aldopaolo Palareti:

    L’interpretazione di Tukler sul significato di “percento” (scritto in ambito tecnico scientifico più spesso attaccato, così come è scritta attaccata la parola “percentuale”) a mio parere non è corretta: non fa riferimento all’operazione da eseguire (che è effettivamente spesso una divisione), ma all’operazione fatta per ottenerlo (che è invece una moltiplicazione).

    In matematica e statistica il valore 20% serve a rappresentare il valore 0,20 in un modo che molte persone trovano più leggibile (si veda per esempio la voce https://it.wikipedia.org/wiki/Percentuale, che tratta gli aspetti matematici più che quelli linguistici discussi nei vocabolari). E la percentuale si ottiene moltiplicando il valore per cento: 20%=0,20*100. Da qui il nome. Analogamente esiste il simbolo ‰ che sta “per mille” (più rara, in questo caso, ma comunque usata, la versione “permille”).

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